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Valle del Cervaro

Sulle antiche vie al confine tra la Puglia e la Campania, alla scoperta delle bontà e della storia dei luoghi.

L’itinerario alla scoperta della Valle del Cervaro comincia dal comune di Savignano Irpino, borgo situato al confine con la provincia di Foggia,

di cui un tempo faceva parte con il nome di “Savignano di Puglia”. Dal 1963 è entrato a far parte della provincia di Avellino, pur conservando alcuni tratti che lo legano al territorio pugliese, soprattutto dal punto di vista gastronomico. Il paese è noto, infatti, per la lavorazione delle orecchiette fatte a mano, realizzate con l’aggiunta di uovo nell’impasto, e la cui forma caratteristica è il risultato del lavoro combinato di pollice e indice. Le orecchiette savignanesi, condite con un sugo a base di carne, danno vita alla Sagra delle Orecchiette, una delle più antiche manifestazioni gastronomiche d’Irpinia. Savignano Irpino vanta probabili origini sannitiche, mentre la sua storia feudale è legata alle nobili famiglie che qui si avvicendarono, tra le quali si distinsero i De Guevara. Dal loro nome deriva anche quello del castello che domina il borgo dall’alto del colle chiamato Tombola, dotato anche di un suggestivo belvedere. Di origine normanna, il castello doveva estendersi fino alla chiesa madre ed era circondato da un’imponente cinta muraria. Furono proprio i De Guevara a mutare la destinazione d’uso del castello, rendendolo una dimora gentilizia, eliminando il fossato e le porte e trasformando le bocche da fuoco in finestre. Il centro storico presenta altre interessanti architetture, come Palazzo Orsini, oggi sede del Comune. Da visitare, anche la Chiesa di San Nicola e Sant’Anna e la Chiesa della Madonna delle Grazie. Uno dei simboli del comune è, poi, la Fontana Angelica, situata in prossimità della Chiesa della Madonna delle Grazie. Fuori dall’abitato, Savignano Irpino vanta luoghi di grande interesse naturalistico, come la sorgente d’acqua sulfurea Rifieto e il laghetto Aguglia alle pendici del Monte Sant’Angelo. Lasciando Savignano Irpino e proseguendo verso la Puglia si giunge nel caratteristico borgo di Greci, unica comunità arbëreshë della Campania. Tale singolarità è frutto di una particolare vicenda storica. Tra il 1461 e il 1464, il generale Skanderbeg, eroe nazionale d’Albania, si trovava in Italia con il suo esercito per aiutare Ferdinando d’Aragona nella lotta contro Giovanni d’Angiò. Il 14 agosto del 1461 nella battaglia di Orsara, in Puglia, i suoi uomini sconfissero gli Angioini e per ricompensa ebbero in dono le terre di Greci, dove chiamarono a vivere le loro famiglie. Da allora i discendenti di questa originaria comunità mantengono intatte le proprie tradizioni, a cominciare dalla parlata locale: una varietà antica del tosco, il dialetto tipico del Sud dell’Albania. Anche il centro storico, un tempo dominato da un edificio fortificato, ha conservato i tratti caratteristici del suo passato medievale, con le strette viuzze a costituire un intricato dedalo di strade pensato per disorientare i nemici. Nel rione Breggo si possono ancora ammirare le Halive o Kalive, le basse abitazioni rurali albanesi. Diversi sono gli edifici signorili che popolano il borgo antico, caratterizzati da artistici portali in pietra decorati con motivi geometrici e floreali. Tra questi si distinguono Palazzo Caccese, sede della collezione Vedovato, e Palazzo Lusi, sede del PLEAG. Nel punto centrale dell’abitato si trova la Chiesa di San Bartolomeo, edificata nel XVII secolo sul sito di una primitiva chiesa greco-ortodossa demolita per ordine del Cardinale Orsini. La facciata della chiesa, del tipo a capanna semplice, presenta un notevole rosone centrale. Al suo interno conserva decine di opere d’arte scultoree e pittoriche, come le diverse statue lignee che occupano le cappelle laterali dell’unica navata centrale e come la bella “Santa Lucia” seicentesca dipinta ad olio e attribuita a Guido Reni. Da notare, inoltre, le sculture in cartapesta realizzate dagli artigiani del posto tra il XVIII e il XIX secolo. La cucina di Greci è anch’essa frutto della contaminazione tra l’etnia albanese e le genti italiche e vede le donne del luogo specializzate nella preparazione di piatti tradizionali quali i frazcariellat, straccetti di farina impastata con un rametto di rosmarino bagnato nell’acqua, conditi con ragù di maiale, la Ciambotta (peperoni, zucchine, melanzane e patate tagliate e soffritte insieme) e la friata (pancetta affumicata cotta con peperoni e patate). Proseguendo ancora verso la Puglia si raggiunge il comune di Montaguto, il cui nome deriva proprio dall’altezza del luogo in cui sorge il paese, a dominio della Valle del Cervaro. Circondato da rigogliosi boschi, Montaguto offre l’opportunità di trascorrere piacevoli momenti passeggiando tra il verde e di sostare nelle attrezzate aree picnic. Al verde dei boschi si accompagna la trasparenza delle acque raccolte dal Lago di Francalanza e imbrigliate dalle numerose fontane che popolano il borgo. Il centro abitato è caratterizzato da suggestivi belvedere, tra i quali meritano una sosta quello del Parco della Rimembranza e quello del Monumento alla Famiglia. Di particolare bellezza sono anche i palazzi signorili che si incontrano lungo le vie del borgo. Da non perdere una visita la Casa Museo: una vasta raccolta di oggetti del mondo contadino appartenenti al passato di Montaguto. La Casa Museo attira l’attenzione, oltre che per la varietà dei reperti custoditi, anche per la particolare organizzazione che la caratterizza. Essa è articolata, infatti, come un’autentica abitazione di un tempo, cui si aggiungono alcuni ambienti particolari, come la bottega del calzolaio e del barbiere. La tradizione agro-alimentare di Montaguto vede eccellere la produzione di salumi e insaccati, frutto di un’antica arte norcina che ancora oggi viene tramandata dalle famiglie del posto. Oltre ai salumi le aziende agricole del posto sono specializzate nella produzione di olio, verdure e ortaggi. Allontanandosi dal confine con la Puglia e tornando indietro verso Ariano Irpino si raggiunge il comune di Zungoli, l’antica Castrum Curoli. I diversi ritrovamenti archeologici, appartenenti sia all’età Eneolitica sia all’epoca romana, dimostrano come il luogo fosse abitato sin dall’antichità. Proprio sotto il dominio romano il territorio si sviluppò notevolmente, soprattutto come snodo per i traffici commerciali. A tale periodo appartengono, infatti, alcune edicole funerarie, iscrizioni, monete e un cippo militare che attesta il ripristino della via Herculea, fondamentale per i transiti verso la via Appia e la via Traiana, voluto dall’Imperatore Marco Aurelio. A dominio dell’abitato vi è il cosiddetto Castello dei Susanna, ancora oggi in parte proprietà della famiglia di cui porta il nome. La facciata principale, che ricorda più quella di un edificio signorile, presenta balconi e finestre e un grande portone di ingresso che immette in un androne sormontato da una volta a botte su cui è dipinto lo stemma gentilizio dei marchesi Susanna. Di grande interesse sono gli edifici signorili e quelli religiosi che popolano le vie del borgo. Tra questi ultimi si segnalano la Chiesa Madre di Santa Maria Assunta, la Chiesa di San Nicola, ma soprattutto il Convento di San Francesco. Anche il sottosuolo di Zungoli conserva importanti testimonianze del passato della città. Al di sotto dell’abitato vi sono, infatti, numerose grotte di tufo datate tra il IX e il X secolo, conosciute come “grotte bizantine” e variamente utilizzate sin da tempi remoti come rifugi, abitazioni e cantine. Oggi, vengono utilizzate per l’affinatura di saporiti formaggi tipici come il Caciocavallo Podolico e il Caciomolara. Zungoli è famosa soprattutto per la produzione di olio, che qui deriva dalla preziosa cultivar Ravece, DOP tutta irpina considerata il “Taurasi” degli oli campani. L’olio di Ravece si distingue per le pregevoli caratteristiche aromatiche e gustative in particolare per il suo gusto fruttato intenso, con un’armonica presenza della carica piccante e aroma erbaceo che ricorda anche sentori di pomodori verdi.

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